Ai suoi esordi la terapia sistemica era sinonimo di psicoterapia familiare. Nacque inizialmente per cercare di trattare quei pazienti che non erano candidati adatti alla psicoanalisi o agli altri metodi terapeutici in uso all’epoca. Si trattava per lo più di disturbi dello spettro psicotico (soprattutto schizofrenia), ma anche gravi nevrosi resistenti all’analisi. I primi terapeuti sistemici (Minuchin, Framo, Witaker, ecc) erano tutti psicoanalisti, attratti dalle teorie della comunicazione e della prima e seconda cibernetica (Barteson), secondo le quali l’individuo non può essere considerato come isolato dal suo contesto, soprattutto relazionale e sociale; inoltre, in questi contesti, ha una grande importanza la comunicazione e la forma che assume per definire le relazioni e quindi anche le identità degli individui. Viene data importanza al pensiero circolare piuttosto che a quello lineare di causa-effetto: per esempio, in un’interazione non si può sapere veramente chi inizia e chi risponde (causa, effetto), ma siamo sempre immersi in relazioni circolari, in cui una mia reazione provoca una controreazione nell’altro e così via. Viene data importanza anche alla visione “triadica”, nel senso che se guardiamo alle relazioni, per trovare un senso a ciò che accade, dobbiamo sempre avere un punto di vista che consideri sempre tre elementi in interazione. Ad esempio in una famiglia nucleare ci possiamo chiedere cosa fa il padre mentre madre e figlio interagiscono, oppure cosa fa il figlio mentre i genitori discutono; e viene sempre data importanza alle reazioni (feedback) degli altri alle nostre azioni e comunicazioni. Quindi il sintomo psicotico veniva letto come prodotto e mantenuto dalle dinamiche comunicative e relazionali all’interno della famiglia, e veniva considerata anche l’influenza che il contesto sociale aveva su tutto ciò. Col tempo e l’esperienza vennero individuati dei pattern familiari che erano correlati a determinate patologie dell’individuo, e si trovarono metodi terapeutici per agire du questi pattern per modificarli e risolvere così il sintomo. Questo non era più visto come un problema del singolo, ma come un problema della famiglia. In quel contesto qualcosa non funziona, la famiglia può essersi arrestata ad una fase del ciclo di vita, un evento può avere scosso il suo equilibrio, ecc … e il sintomo che solitamente un figlio esprime, è un modo per comunicare che qualcosa non va nella famiglia. In gergo questo figlio veniva chiamato “capro espiatorio” o “pecora nera” …. ma oltre ad essere la persona designata come malata, era anche quella che grazie alla terapia sistemica portava la famiglia a vivere un’esperienza trasformativa.
In Italia ha avuto grande risonanza, anche internazionale, il lavoro del gruppo di Milano (Mara Selvini Palazzoli, Boscolo, Cecchin, Prata). Nel centro Milanese, oltre che a fare terapia familiare, si faceva anche attività di ricerca nel tentativo di individuare dinamiche familiari favorenti certi disturbi psichici e tecniche di intervento che potessero modificare le disfunzionalità presenti nella famiglia. Il gruppo di Milano poi si divise, Boscolo e Cecchin crearono un centro in cui si formavano terapeuti alla psicoterapia familiare, mentre il resto del gruppo continuò soprattutto nel lavoro di ricerca. Si creò quindi un altro filone in Italia, che si è sviluppato nel tempo fino ad arrivare al Centro Bolognese di Terapia Familiare, collegato agli altri centri in Italia che fanno riferimento agli insegnamenti dei due “maestri”. A livello internazionale la terapia sistemica si è evoluta nel tempo, e ora annovera al suo interno vari filoni con varie tecniche di intervento: oltre all’approccio strategico, sono importanti ora l’approccio narrativo e anche quello dialogico-costruttivista. L’approccio narrativo si focalizza su come vengono narrati gli eventi, individuando una particolare struttura narrativa, che si cerca di modificare, in modo da creare una narrazione diversa e foriera di cambiamento. Nell’approccio dialogico-costruttivista si dà importanza alla co-costruzione che paziente e terapeuta fanno della comunicazione e del processo terapeutico. Il fine è co-costruire un ambiente terapeutico che metta in risalto le risorse del paziente, aiutandolo a metterle in atto nella vita quotidiana. Sempre centrali sono le relazioni del paziente, il ruolo che egli ha in queste relazioni, e l’impatto che esse hanno sulla sua salute psicologica. Grazie a questi cambiamenti, oltre che a quelli a livello sociale, la terapia sistemica non è solo appannaggio delle famiglie e delle coppie, ma si pratica anche a livello individuale.
La psicoterapia sistemica è un approccio terapeutico che considera l’individuo all’interno del contesto delle relazioni interpersonali e dei sistemi sociali di cui fa parte. Questo tipo di terapia si concentra sulle dinamiche familiari e sociali, evidenziando come le interazioni e le comunicazioni influenzino il comportamento e il benessere dell’individuo.
Invece di focalizzarsi esclusivamente sul paziente, la psicoterapia sistemica può coinvolgere più membri della famiglia o del gruppo per esplorare e modificare i modelli relazionali disfunzionali. L’obiettivo è promuovere una comunicazione più sana e migliorare le relazioni, facilitando così un cambiamento positivo nel sistema nel suo complesso.
La terapia sistemica può essere utilizzata per affrontare una vasta gamma di difficoltà, tra cui problemi relazionali, conflitti familiari, crisi nelle relazioni e disturbi psicologici. Attraverso tecniche specifiche, come la ristrutturazione delle credenze e l’esplorazione dei ruoli, aiuta le persone a rivedere e ristrutturare le loro esperienze e percezioni.






