Partiamo dal fatto che, come esseri umani, nasciamo e cresciamo all’interno dei relazioni, già da quando siamo dentro il grembo materno. Il feto é in relazione con la madre a livello viscerale, gli stati emotivi della genitrice si trasmettono al feto attraverso il cordone ombelicale, così come il cibo; e i suoni provenienti dal mondo esterno raggiungono il feto che in qualche modo li “memorizza” e li “riconosce” una volta nato. E poi tutto lo sviluppo infantile procede all’insegna delle relazioni (coi genitori, i fratelli o sorelle, i nonni, in generale la famiglia allargata; i coetanei; gli adulti all’esterno da casa). E anche quando siamo da soli, dentro di noi albergano gli “altri immaginari”, perché crescendo “introiettiamo” parti delle persone esterne e le portiamo con noi. Anche la psicoanalisi, che parlava di introiezione di “oggetti” (interi o parziali), ora parla di introiezione della relazione con un oggetto (persona): quindi dentro di noi ci sono rappresentazioni di noi stessi, degli altri, e del tipo di relazione che ci collega ad ognuno di questi altri. Insomma, le relazioni sono la matrice entro la quale nasciamo e cresciamo.

Ecco perché il gruppo é importante, aggiunto all’esperienza di una terapia individuale. Anche in quest’ultima è sempre al centro la relazione, quella tra terapeuta e paziente e le varie relazioni di cui il paziente fa parte nella sua vita. Il rapporto duale però tende a fare emergere tematiche. particolari, diverse da quelle che vengono stimolate da un contesto di gruppo. Il gruppo, come prima cosa, ha una vita propria: il tutto è qualcosa di più e di diverso dalla semplice somma delle sue parti. Far parte di un gruppo di terapia significa quindi entrare in queste dinamiche “naturali” e poterle comprendere con l’aiuto degli altri e del terapeuta. In secondo luogo é un contesto in cui é stimolata la comunicazione e la relazione con gli altri partecipanti, e questo fa emergere più chiaramente le modalità relazionali di ognuno (queste possono essere maggiormente comprese e si può osservare l’effetto che hanno sugli altri e su di sé). Altro aspetto importante é la diversità del transfert, che diventa complesso: vi é un transfert verso il terapeuta, uno verso i membri del gruppo, e uno verso il gruppo come entità. La lettura di questi fenomeni amplia la conoscenza di sé, degli altri e del mondo relazionale. Aspetto ulteriore, ma non meno importante, é la tendenza col tempo a “proiettare” il proprio sistema familiare introiettato sul gruppo: in questo modo é possibile “rivivere” certe dinamiche del passato trovando modi diversi di affrontarle. I compagni del gruppo sono una grande risorsa, fungendo da specchio l’uno per l’altro e favorendo così la conoscenza di sé e degli altri.

Si potrebbe scrivere un trattato sulla psicoterapia di gruppo; oltre al fatto che ci sono diversi metodi di terapia. Qui mi sono concentrato sui punti salienti, tra i quali aggiungo la funzione del gruppo come “acceleratore” della terapia individuale, proprio perché in gruppo emergono tematiche diverse che si possono elaborare nel setting individuale.

Credo che il modo migliore per capire come funzioni un gruppo e che benefici possa dare sia quello di partecipare e sperimentare. Per me i gruppo (sia terapeutici che quelli di formazione) sono sempre stati una grande risorsa, un contesto in cui vedermi meglio, in cui imparare dagli altri, in cui condividere, in cui trovare sostegno e la forza per affrontare momenti difficili.

Concludo dicendo che non é così scontato decidere di far parte di un gruppo di terapia. La sola idea fa nascere fantasie idiosincratiche che dipendono dalla propria esperienza dentro i gruppi, e in più vi é la paura di sapere di “doversi” scoprire davanti a persone sconosciute. Sono “resistenze” normali e comprensibili. Il nuovo e lo sconosciuto spaventa per definizione. Ma se la paura diventa nostra alleata e non un’emozione che ci blocca, ci può permettere di affrontare anche le situazioni più temute con la giusta prudenza. Secondo me, ne vale la pena.

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Sono il Dott. Simone Giorgi

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